La vegetazione

La natura del Parco la troviamo in diversi sistemi ambientali che, interconnessi tra loro, offrono biodiversità e possibilità alle persone di convivere con essa. Il Parco Nord Milano per la sua caratteristica di grande parco e per la scelta di realizzarlo così come lo vediamo oggi, offre la possibilità di vivere grandi spazi, le prospettive e gli scorci tipici dell’ambiente agricolo. Nel parco i prati sono più di due milioni di metri quadri, diversi per tipologie e funzioni, da terreni agricoli a prati sub irrigati con frequenza di taglio elevata, tra questi circa 500.00 mq è formata da grandi distese prative, che rappresentano un valore, una ricchezza da preservare e valorizzare, tenendo in considerazione il contesto di elevata urbanizzazione che circonda il parco. Il parco ha scelto di gestire queste grandi aree nel modo meno urbano possibile, sapendo che molte aree vengono mantenute con elevati standard tipici della città. Questo spiega il motivo per cui nei mesi primaverili ed estivi capita di osservare molti prati, o alcune porzioni di essi, con l’erba alta, condotti a fieno, e non solo. Questa scelta ha lo scopo da una parte di educare i cittadini all’ambiente, affinché l’uomo possa adeguare i propri comportamenti e aspettative, dall’altro di rispettare i cicli della natura, consentendo alle erbe e ai fiori di maturare e andare a seme, agli insetti impollinatori di cercare il nettare e di trasportare il polline, all’avifauna di fare il nido e di trovare il cibo, e ad una moltitudine di animali di trovare un habitat adeguato. Ricorrendo a questa scelta, è inoltre possibile contenere la spesa e l’inquinamento, risparmiando sui costi di manutenzione del parco e al tempo stesso diminuire il carico ambientale dovuto alla manutenzione intensiva.

Il Parco ospita una flora spontanea particolarmente interessante e annovera diverse specie di pregio, soprattutto tra quelle erbacee. Molte specie erbacee spontanee rappresentano veri e propri “relitti” biologici delle grandi foreste che decine di migliaia di anni fa ricoprivano la Pianura Padana, o degli ambienti agricoli tradizionali (prati stabili, siepi, rogge). Si tratta di fiori ad elevato interesse conservazionistico. Nel Parco segnaliamo il Fiordaliso (Centaurea cyanus), dai fiori blu, ormai sempre più raro, e il Papavero (Papaver rhoeas), dai caratteristici fiori rossi. Nei prati del Parco è stata poi rilevata la presenza del Garofanino dei Certosini (Dianthus carthusianorum), un garofano dai fiori rosati, e il Lino selvatico (Linum perenne), dalle delicate corolle azzurre. Più comuni sono invece la Salvia dei prati (Salvia pratensis), dai fiori violacei, che può raggiungere i 50 cm di altezza, e la piccola Viola del pensiero (Viola tricolor)Sono inoltre presenti alcune specie nemorali (dal latino nemos = bosco), tipiche del sottobosco, in alcune aree del Parco dove sono presenti piccoli boschetti e antichi filari come quelli lungo il corso del fiume Seveso, nonché in parchi storici come quello di Villa Manzoni a Cormano, che erano presenti prima dell’istituzione dell’area protetta. Fra queste, in primavera, ancor prima che gli individui arborei ad alto fusto inizino a germogliare, fanno capolino nel sottobosco il Bucaneve (Galanthus nivalis), l’Anemone bianca (Anemonoides nemorosa) e la Pervinca minore (Vinca minor). Un’altra specie legata a tali ambienti è la Scilla silvestre (Scilla bifolia), la Viola bianca (Viola alba), la Viola mammola (Viola odorata), la Viola silvestre (Viola reichenbachiana), la Viola soave (Viola suavis), l’Anemone giallo (Anemonoides ranuncoloides) ed il Ranuncolo favagello (Ranunculus ficaria), la Fragola selvatica (Fragaria vesca) ed il Gigaro chiaro (Arum italicum), quest’ultimo segnalato lungo le sponde del fiume Seveso. Le piante nemorali sono specie così rare e localizzate nella Pianura Padana particolarmente limitata alle fasce boscate lungo le rive fluviali, tanto che molte di esse sono soggette a tutela in base alla L.R. 31 Marzo 2008, n.10 “Disposizione per la tutela e la conservazione della piccola fauna, della flora e della vegetazione spontanea”. Relativamente agli ambienti secchi, lungo gli acciottolati delle linee tramviarie è possibile riscontrare la presenza della Borracina bianca (Sedum album). Perla floristica del Parco è la Cefalantera maggiore (Cephalanthera longifolia).

 

I boschi in ambiente urbano

Gli spazi verdi urbani e periurbani sono certamente meno ricchi di risorse naturali rispetto agli altri ecosistemi forestali, ciò nonostante essi rappresentano per moltissime persone la più immediata, se non unica, possibilità di contatto con la natura. Queste aree verdi hanno un ruolo fondamentale poiché migliorano la qualità dell’aria, assorbono l’anidride carbonica e di conseguenza contribuiscono ad abbattere i gas serra responsabili dei cambiamenti climatici e contrastano inoltre l’effetto “isola di calore” nelle città attraverso l’ombreggiamento e la traspirazione delle piante, mitigando la temperatura dell’ambiente circostante. Anche se costituiscono una frazione forse insignificante rispetto al patrimonio forestale del pianeta, i parchi e il verde metropolitano in generale sono gli unici luoghi che possono contribuire al mantenimento della biodiversità animale e vegetale in un ambiente fortemente antropizzato come quello cittadino. Non meno importante è il ruolo che i parchi urbani hanno nell’educazione ambientale, nel promuovere e divulgare comportamenti più consapevoli e rispettosi dell’ambiente in un’ottica di sostenibilità. Nel tempo, il modo di concepire e costruire il verde urbano è cambiato. Nell’ultimo secolo la progettazione è stata prevalentemente influenzata dal modello di parco ottocentesco; oggi, invece, si vanno affermando i principi della “forestazione urbana”. Questa tecnica di gestione delle risorse boschive prevede un approccio ecosistemico ed interdisciplinare, che prende in considerazione le relazioni fra il verde e le componenti biotiche e abiotiche del sistema urbano. L’obiettivo è quello di individuare le soluzioni più equilibrate tra esigenze gestionali, fabbisogno di manutenzione e funzione ricreativa, con il minor impatto possibile sull’intero sistema – bosco. Questo tipo di selvicoltura punta a ricostituire gli ecosistemi forestali seguendo la dinamica naturale del bosco. Gli sforzi devono andare quindi nella direzione di rendere i boschi urbani il più possibile prossimi agli ecosistemi originari del territorio in questione: nel nostro caso, il querco-carpineto di pianura. Perché è così importante raggiungere questo obiettivo? Innanzitutto, perché ogni ecosistema si è evoluto nel tempo in equilibrio con l’ambiente che occupa. La forestazione di aree dapprima agricole, come quelle del Parco Nord, ha tra gli obiettivi il ripristino del querco-carpineto di pianura, cioè la formazione boschiva originaria di questo territorio. Questo tipo di bosco è costituito da specie arboree come la Farnia (Quercus robur), il Carpino bianco (Carpinus betulus), l’Olmo campestre (Ulmus minor), il Sambuco (Sambucus nigra), il Biancospino (Crataegus monogyna), il Nocciolo (Corylus avellana), la Fusaggine (Euonymus europaeus) ed altre ancora. In un’ottica di selvicoltura naturalistica ed ecosistemica, si rende opportuno realizzare il bordo dei boschi con arbusti eliofili (che necessitano cioè di un’illuminazione intensa), costituendo una sorta di fascia tampone tra il bosco e le aree adiacenti. Questa fascia, oltre ad avere un importante ruolo in termini naturalistici, in particolare per l’avifauna e l’entomofauna (uccelli e insetti), ha anche la funzione di limitare l’ingresso di specie alloctone provenienti dall’ambiente circostante. La ricostituzione artificiale della copertura forestale determina però lo sviluppo di una flora erbacea che è molto diversa rispetto a quella caratteristica dei querco-carpineti. Questa situazione può permanere per molto tempo (decenni), soprattutto se ci si trova all’interno in una matrice urbanizzata, isolata rispetto ad altri boschi e aree naturali. Negli ultimi anni è quindi emersa l’importanza di includere anche lo strato erbaceo negli interventi di riqualificazione forestale. Questo intervento è ovviamente possibile solo nelle fasi successive ai primi anni dell’impianto del bosco (almeno 10-15 anni), quando la chiusura delle chiome, ovvero il loro reciproco avvicinamento dovuto alla crescita, avrà creato una copertura in grado di fare ombra sul terreno sottostante, creando le condizioni adatte per lo sviluppo di specie erbacee di sottobosco. La fauna occupa un ruolo fondamentale nella dispersione delle piante nemorali. La velocità con cui queste specie vegetali si spostano è mediamente compresa fra i 30 e i 50 cm l’anno: le specie più lente sono quelle mirmecocore, la cui disseminazione dipende dalle formiche, mentre le più veloci sono quelle i cui semi vengono ingeriti o rimangono attaccati al corpo degli animali. Alcune specie si propagano per via vegetativa: in questi casi però i nuovi individui hanno un patrimonio genetico identico alla pianta da cui si sono originati, contrariamente alle piantine nate da seme, che presentano invece una maggiore variabilità genetica e di conseguenza una maggiore adattabilità. L’inquinamento e il disturbo ambientale influenzano la distribuzione delle specie nemorali, che possono quindi essere considerate dei bioindicatori. Si è visto ad esempio che in alcune specie la predominanza della propagazione vegetativa (che porta alla formazione di popolazioni a bassa diversità genetica) rispetto alla produzione di semi (che possono diffondersi a maggiore distanza) è correlata a condizioni di stress e disturbo ambientale. Un sistema – bosco costituito da specie autoctone, con un elevato contenuto di biodiversità, è un ecosistema completo in grado di rinnovarsi ed estendersi spontaneamente, resistendo meglio allo stress e a fattori di disturbo ambientale, quali possono essere l’inquinamento e l’ingresso di specie esotiche. Una alloctona si è originata ed evoluta in un luogo differente da quello in cui è arrivata. L’ambiente urbano, insieme a quello agricolo, è un vero e proprio crocevia, luogo di passaggio di persone e mezzi di trasporto, che possono facilmente veicolare organismi come semi, spore e insetti, provenienti anche dalle più lontane parti del mondo. Le città, inoltre, sono di norma ambienti degradati e poveri di biodiversità, dove molte nicchie ecologiche si “liberano”, favorendo l’ingresso e l’insediamento di specie più competitive e meno esigenti di quelle autoctone. Si crea, quindi, un nuovo equilibrio ecologico dovuto all’azione di trasporto di organismi e di modifica del territorio da parte di un animale molto particolare: l’uomo. Può capitare, ma non è la regola, che una specie alloctona possa diventare invasiva: se nel nuovo ambiente mancano predatori e parassiti, esso può arrivare a riprodursi senza controllo ed entrare in competizione per le risorse (ad esempio, cibo e luoghi dove crescere) con le specie locali, provocandone in alcuni casi la scomparsa. Un altro fattore importante da tenere presente nella gestione dei boschi urbani, perché possano diventare un vero ecosistema, è assicurare la continuità con le altre aree verdi. Se la distruzione degli habitat è la principale causa di estinzione delle specie e di perdita di biodiversità, la loro frammentazione (ad esempio, a causa della realizzazione di un’autostrada senza passaggi per la fauna di terra) rappresenta un altro grave problema ecologico. Le popolazioni animali e vegetali che rimangono isolate in uno di questi frammenti si indeboliscono sempre di più e nel tempo sono soggette ad un più alto rischio di estinzione. Occorre quindi mettere in comunicazione le aree boschive urbane attraverso corridoi ecologici, veri e propri collegamenti come quello costituito dal tratto di fiume Seveso, che collega il Parco Nord al Parco del Grugnotorto. In tali contesti diventa di fondamentale importanza mantenere una buona qualità ambientale, in modo da favorire il movimento, la dispersione e quindi la conservazione di tutte le specie animali e vegetali presenti.